Roma: Le linee guida della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita (PMA) firmate dall’ex Ministro della Salute Livia Turco hanno generato una confusione interpretativa fra gli operatori del settore e fra le coppie che intendono ricorrere a queste tecniche.
In particolare, non è chiara la modalità con cui dovrebbe essere accertato lo stato di salute degli embrioni: l’eliminazione del riferimento alla diagnosi osservazionale (contenuta invece nel testo precedente, quello a firma dell’ex Ministro Sirchia) è stata interpretata dai più come un via libera alla diagnosi preimpianto; d’altra parte, invece, c’è anche chi ritiene che il nuovo testo vieti qualsiasi indagine diagnostica.
E’ altrettanto vero che nonostante la sentenza del Tar Lazio e le ambiguità delle nuove linee guida, nessun centro di PMA in Italia ha finora eseguito diagnosi preimpianto, poichè il limite massimo dei tre embrioni da trasferire contemporaneamente in utero non consente, nei fatti, un’applicazione efficace di questa tecnica.
Per risolvere ogni dubbio sulle modalità di attuazione della legge, ho ritenuto opportuno formulare un quesito al Consiglio Superiore di Sanità che chiarisca le due criticità presenti nelle nuove linee guida della legge 40: la prima riguarda, appunto, la quantità di materiale genetico embrionale necessaria per l’indagine preimpianto; la seconda è sulla effettiva percentuale di successo delle gravidanze a seguito del prelievo di una o due cellule dell’embrione.
Ritengo che il parere espresso da un organismo scientifico autorevole quale il CSS potrà aiutare a fare chiarezza sulle eventuali conseguenze della diagnosi e dello screening preimpianto e fornire indicazioni utili agli operatori e alle coppie interessate per una corretta modalità di attuazione della legge 40
Ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali
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