Il Papa: «Il Cristianesimo vuol dire anche martirio»

Nel messaggio dell\'Angelus l\'invito a «seguire il Signore senza compromessi sino alla croce», in memoria di S.Stefano

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iL CRISTIANESIMO COME MARTIRIO. Nella preghiera dell\'Angelus, nel giorno in cui la Chiesa commemora santo Stefano primo martire del cristianesimo, lapidato per non aver rinnegato Gesù, il Papa esorta i cristiani a non dimenticare che seguire il Signore in alcuni casi può voler dire «martirio» e salire «senza compromessi alla Croce».

Il Pontefice richiama inoltre l\'attenzione sui tanti cristiani che, in molte parti del mondo, soffrono persecuzioni a causa della propria fede.
Giovanni Paolo II, affacciatosi alla finestra del suo studio si è rivolto ai molti fedeli e turisti radunati in piazza san Pietro e ha sottolineato il «clima di gioia del Natale»; ma è poi passato a riflettere su Stefano protomartire che, ha spiegato, «ci aiuta a capire più in profondità il mistero che stiamo vivendo nella fede».

«Il Bambino nella grotta - ha aggiunto - è il Cristo che ci chiede di essere in ogni circostanza e in ogni luogo coraggiosi testimoni del suo Vangelo, come lo fu appunto il protodiacono Stefano, il quale non mostrò titubanze nemmeno dinanzi al martirio».

«Anche oggi - ha proseguito - tanti credenti, in varie parti del mondo, sono sottoposti a prove e sofferenze a causa della loro fede. Siamo invitati dalla festa odierna a prendere rinnovata coscienza di essere chiamati, in quanto credenti, a seguire il Signore senza compromessi sino alla croce».

Dopo l\'Angelus il Papa, apparso in discreta forma dopo i faticosi impegni natalizi, si è rallegrato della presenza di tante famiglie giunte a vedere il presepe allestito in piazza e ha auspicato che «all\'interno delle famiglie si viva quel clima di intesa e di comunione che tanto giova alla crescita serena dei figli».

IL MESSAGGIO URBI ET ORBI. Le festività natalizie coincidono quest\'anno con un momento di grande preoccupazione. E il messaggio del Papa, che ha preceduto la benedizione «Urbi et Orbi», è stato un invito alla speranza in nome del «segno piccolo e fragile» del Bambino che nasce, «luce che le tenebre non potranno mai oscurare», «fonte inesauribile della pace», ma anche un\'esortazione all\'impegno in un\'ora in cui «il tragico fenomeno del terrorismo accresce incertezze e timori», «la Terra Santa è avvolta dall\'«inutile spirale di cieca violenza» e sul Medio Oriente appaiono «bagliori di un conflitto» che «con l\'impegno di tutti può essere evitato». E ancora, carestie, lotte intestine, crisi politiche e sociali attraversano gli altri continenti: Africa, Asia e America Latina, mentre anche il nostro Paese vive «tempi, segnati da incertezze e preoccupazioni». «Mai vengano meno - è stato infatti l\'auspicio del Papa, nel saluto in lingua italiana - la speranza e la solidarietà , condizioni indispensabili per costruire una Comunità nazionale sempre più fraterna. L\'Italia - ha chiesto Wojtyla - continui ad essere un Paese unito nella gioia e nella prova, confidando sempre nell\'aiuto di Dio».

È dunque con in cuore le minacce di diffidenza, sospetto e timori, che pervadono l\'umanità di oggi, che il Papa ha lanciato al mondo con forza il pressante appello di pace e il messaggio di speranza che nasce dal mistero del Natale. Speranza, ha notato la Radio Vaticana, «resa ancora più evidente dal volto sorridente del Santo Padre». Il mistero del Natale, ha spiegato è un «mistero di gioia, nonostante tutto». «Nonostante la lontananza da casa, la povertà della mangiatoia, l\'indifferenza del popolo, l\'ostilità del potere». «Mistero di gioia» perché «oggi è nato un salvatore» che pervade il mondo di luce, «la luce del Figlio di Dio che le tenebre non potranno mai oscurare».
(continua...)