DOPO MAREMOTO: ZONE DI CRISI, RIBELLI E LOCALI UNITI NELL’EMERGENZA

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SRI LANKA - La guerriglia attiva da oltre un ventennio nello Sri Lanka settentrionale ha contribuito con impegno ai soccorsi nel Paese asiatico devastato dallo tsunami. Lo conferma alla MISNA monsignor Thomas Savundaranayagam, vescovo di Jaffna, città nell’estremo nord controllata dalle ’Tigri per la liberazione della patria Tamil’ (Ltte), spiegando che “con l’aiuto dell’Ltte e dei civili sono state avviate le operazioni di soccorso delle vittime del recente maremoto”. Il presule afferma che “a circa mezz’ora dal disastro del 26 dicembre scorso le ’Tigri’, di etnia tamil e religione induista, erano già sul posto per provvedere agli aiuti”; ma sottolinea anche che “nelle zone controllate dall’esercito, i soldati hanno fatto ugualmente un buon lavoro. Ognuno insomma " prosegue - ha fatto la sua parte: anche il governo centrale ha inviato aiuti, sebbene stiano arrivando con molta lentezza, e ha già assegnato 10.000 rupie (circa 76 euro, ndr) ai familiari di ogni vittima del maremoto”. Monsignor Thomas Savundaranayagam ha ricordato che, nonostante i tamil di Jaffna siano induisti, la maggioranza delle popolazioni che abitano lungo la costa sono cattoliche, perciò questa comunità è stata colpita in modo particolare dalla catastrofe. Suore locali della congregazione svizzera della Santa Croce sono corse in aiuto dei feriti e molti religiosi hanno fatto visita ai campi profughi. Una conferma del clima di collaborazione instauratosi nel nord del Paese tra ribellione e comunità locale arriva anche dall’arcivescovo Mario Zenari, nunzio apostolico in Sri Lanka.

Contattato telefonicamente dalla MISNA a Colombo, la capitale cingalese, monsignor Zenari, che nei giorni scorsi ha condotto un’approfondita visita nelle zone travolte dal maremoto, ha detto che le ’Tigri’ “hanno dimostrato di sapersi organizzare; la mia impressione, convalidata anche da alcuni operatori delle Nazioni Unite, è che queste persone volessero dimostrare alla comunità locale e internazionale quanto tengano alla propria gente e con quanta efficacia e dignità sappiano gestire l’emergenza. Per questo hanno rifiutato l’aiuto dei militari nelle zone sotto il loro controllo”. Il nunzio ricorda però che le popolazioni del nord, così come quelle dell’est, “hanno sofferto due volte”: la prima per il conflitto avviato nel 1983 proprio dall’Ltte in nome dell’etnia tamil, che ha mietuto almeno 65.000 vittime e per il quale dal 2002 è in corso un processo di pace, e la seconda a causa della recente catastrofe naturale.

“Durante la mia visita ho visto edifici distrutti negli anni passati dalla guerriglia accanto a quelli devastati il 26 dicembre scorso” sottolinea monsignor Zenari, riferendo alcune delle immagini più scioccanti che gli sono rimaste in mente: “A Mullaitivu, una delle zone più colpite, ho visto una chiesa cattolica interamente distrutta, mentre in un’altra zona mi hanno raccontato di un parroco che stava intonando canti natalizi con 20 bambini in un edificio a pochi metri dalla spiaggia; l’onda ha scaraventato il sacerdote contro un albero al quale si è aggrappato, salvandosi, mentre per i piccoli non c’è stato niente da fare”. Tornando al problema della gestione degli aiuti da parte della guerriglia, anche il direttore di Caritas-Sri Lanka, padre Damien Fernando, conferma alla MISNA che nel nord la situazione è sotto controllo. Contattato telefonicamente a Colombo, padre Fernando ricorda che la Caritas ha due centri al nord, uno a Jaffna e l’altro a Vanni, i quali “stanno facendo del loro meglio per portare aiuti alle popolazioni colpite”.

Specificando che nella zona “ci sono problemi di natura politica” e ricordando che le ’Tigri’ hanno chiesto di gestire gli aiuti in totale autonomia, il sacerdote sottolinea che “tutte le vittime usufruiscono di regolare assistenza”. Il responsabile della Caritas torna però a sollevare la delicata questione dei bambini: “Si stima che in tutto il Paese " dice " gli orfani siano circa 4.000; inoltre lunedì prossimo riapriranno le scuole, ma 164 sono distrutte, mentre altre ospitano gli sfollati. I bambini, poi, non si trovano bene nei campi profughi troppo grandi, dove rischiano eventuali abusi.

A questo tipo di violenze hanno accennato i media locali, ma noi non abbiamo alcuna conferma diretta. Tuttavia è bene per questi bimbi che siano al più presto trasferiti in centri più piccoli, dove si sentano più protetti”. (a cura di Luciana Maci)

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