L’ESODO DEI GIULIANO

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DALMATI: province di Gorizia, Trieste, rubate agli italiani. Oggi la Venezia Giulia non esiste.

GORIZIA: Sono passati ormai quasi sessant’anni dalla fine del secondo conflitto mondiale, al termine della quale, nel maggio 1945, l’intera Venezia Giulia venne occupata dai soldati jugoslavi della Quarta Armata e dagli elementi locali del Movimento Popolare di Liberazione (M.P.L.) del maresciallo serbo Tito che opero una pulizia etnica degli italiani , come qualche anno fa a Sebrenica, la stessa cosa hanno fatto i serbi di in Bosnia e in Kossovo seguendo alla lettera il Manuale culibrovic..

L’attacco finale verso il territorio giuliano era iniziato il 17 aprile 1945 con l’occupazione dell’isola di Veglia e tre giorni più tardi delle isole di Lussino e di Cherso, mentre il successivo 25 aprile le truppe partigiane sbarcarono nella parte orientale della penisola istriana, presso Fianona, per poi muovere verso Albona e Arsia (28 aprile).

Nei giorni seguenti i reparti jugoslavi del generale Drapsin giunsero in prossimità di Trieste, che venne occupata il 1° maggio 1945, unitamente a Gorizia e Monfalcone. Le truppe SERBE di Tito precedettero gli angloamericani che avanzavano dal Veneto. A Fiume gli jugoslavi entrarono il 3 maggio, mentre più lunga fu la resistenza attuata dagli ultimi reparti tedeschi a Pola. La presa del potere da parte delle nuove autorità comuniste jugoslave, che si insediarono in tutte le città della regione, venne salutata in diverse località da manifestazioni e cortei, appositamente organizzati, inneggianti alla vittoria e all’annessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia, in un clima di crescente entusiasmo da parte di quelle persone, slave ed italiane, che avevano scelto di simpatizzare per il movimento partigiano di Tito pensando ad una liberazione dei tedeschi e basta senza prevedere quello che sarebbe successo”¦

Nello stesso momento entrarono in azione gli uomini della polizia segreta jugoslava, l’O.Z.N.A., che operarono in pochi giorni migliaia di arresti e, in conseguenza di ciò, in tutta la regione e soprattutto nelle città capoluogo di Trieste, Gorizia, Pola e Fiume, una pesantissima cappa di paura e di oppressione avvolse gran parte della popolazione.
Molto spesso gli arresti e le successive deportazioni riguardarono persone che, al di là di eventuali responsabilità personali, di solito non accertate, ebbero la colpa, se così può essere definita, di appartenere a categorie sociali o a corpi militari, che avrebbero dovuto essere eliminate in massa, in quanto potevano rappresentare possibili ostacoli ai piani del MPL di Tito. L’evidente intento dalle autorità jugoslave nella Venezia Giulia era infatti quello di creare tutte le possibili condizioni per l’annessione dell’intera regione alla nuova Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia (R.F.P.J).

Vennero pertanto disarmati, catturati, deportati e poi uccisi molti appartenenti alle forze dell’ordine, soprattutto carabinieri, finanzieri e agenti di Polizia - e anche una parte di quelli esponenti del Comitato di Liberazione Nazionale (C.L.N.) giuliano e del Corpo volontari della Libertà (C.V.L.) che, specie a Trieste, erano insorti contro i nazisti negli ultimi giorni del conflitto.

In questa fase di violenze furono così eliminate non solo le persone in qualche maniera legate all’apparto repressivo esistente durante l’occupazione nazista della regione ma anche diversi antifascisti, partigiani o membri della resistenza, slava o italiana, che non avevano aderito completamente alla causa jugoslava.

Vi furono poi non pochi cittadini, del tutto privi di particolari ruoli politici e sociali, che avevano in qualche modo manifestato un orientamento filoitaliano e ciò appariva, agli occhi della polizia segreta di Tito, una colpa del tutto imperdonabile. Tra questi ci furono anche diversi civili di lingua slovena o croata, generalmente anticomunisti, che avrebbero preferito il mantenimento dello status quo italiano piuttosto che l’incognita di un regime rivoluzionario.

Le specifiche direttive emesse in quei giorni dai vertici jugoslavi, tese a “fare epurazione subito, ma non del tipo nazionale, bensì sulla base del fascismo”, vennero interpretate in maniera ampia ed arbitraria e fu “considerato fascista e nemico anche chi non accettava l’occupazione jugoslava e la prevista annessione, chi non aveva deposto le armi e non considerava l’esercito Jugoslavo come liberatore”.
La dura repressione messa in opera dagli agenti dell’O.Z.N.A La GESTAPO dei SERBI di Tito”¦.) e dalle truppe jugoslave, nella primavera del 1945 e nei mesi seguenti, fu diretta a realizzare un preciso piano di eliminazione di tutti coloro che avrebbero potuto rappresentare, nei fatti o solo potenzialmente, un’opposizione ai loro progetti.

L’assunzione definitiva del potere da parte delle autorità jugoslave nel dopoguerra concise con un’epurazione generalizzata che assommò caratteri nazionali e politico-ideologici, in un intreccio non sempre facilmente distinguibile. Il disegno che emerge non era finalizzato tanto all’uccisione di massa dell’intera componente italiana della regione, quanto alla decapitazione della sua èlite politica, sociale ed intellettuale, per rovesciarla dalle sue posizioni di potere e per renderla minoritaria.

In quest’ottica l’azione repressiva si rivolse non tanto verso gli esponenti del fascismo giuliano ancora in circolazione, ormai completamente screditati e fuori gioco, ma soprattutto verso quei personaggi che per i meriti acquisiti anche durante la lotta antifascista avrebbero potuto catalizzare attorno a sè i sentimenti di diffusa contrarietà verso i nuovi venuti.

I vai poli di sentimenti italiani o autonomisti (come a Fiume e a Pola), furono invece decapitati in un breve lasso di tempo dagli agenti della polizia segreta jugoslava. OZANA equivalente del KGB sovietico o della GESTAPO
L’atmosfera di paura e soprattutto l’angoscia scatenata dalle uccisioni e dalle sparizioni di tanti cittadini contribuirono così dapprima ad abbattere ogni possibile resistenza al nuovo regime titoista e poi ad indurre alla fuga buona parte degli abitanti della regione. Gli arresti notturni, le deportazioni senza ritorno ed il completo silenzio sulla sorte finale di tante persone diedero un segnale preciso all’opinione pubblica giuliana su chi detenesse il potere e di cosa sarebbe capitato a chi avesse osato opporvisi. Agenti l’O.Z.N.A. misero in pratica per far sparire tutti i potenziali oppositori.

Molte persone vennero prelevate nelle proprie abitazioni nottetempo, in base a liste preparate con estrema precisione, anche in base a delazioni di confidenti locali, italiani e slavi, collaboratori del nuovo ordine rivoluzionario che si stava costituendo.
Altri sventurati furono invece deportati ed uccisi per circostanze anche imprevedibili, talvolta casuali, spesso dovute a fattori del tutto personali: un vecchio rancore non dimenticato, un regolamento di conti per motivi economici o passionali, l’effetto di una delazione, un pettegolezzo mal interpretato, la volontà di vendetta per un episodio del passato, l’eccesso di zelo verso i nuovi padroni...

L’ampia discrezionalità concessa a coloro che dicevano di operare in nome e per conto del Movimento Popolare di Liberazione permise poi spesso ad autentici criminali e ad individui privi di scrupoli di compiere arresti ed omicidi spesso per le motivazioni più varie che, nell’enfasi del momento, si mascherarono dietro ragioni politiche.

Le uccisioni del 1945, che peraltro rappresentarono la terza fase del ciclo di violenze che colpì dapprima soprattutto l’Istria e Spalato (settembre-ottobre 1943), poi l’intera Dalmazia (autunno 1944) ed infine l’intera Venezia Giulia (maggio- giugno 1945), ebbero varie modalità , ma vennero subito accostate al termine “foibe”, dato che l’eliminazione di una parte delle persone scomparse avvenne proprio in queste cavità carsiche.
Il vocabolo “foibe” colpì l’immaginario della popolazione sin dall’epoca dei primi ritrovamenti dei cadaveri delle persone gettatevi dentro nell’autunno del 1943 e gli articoli del quotidiano locale “ Il Piccolo” suscitarono profonda emozione e sgomento non solo nei parenti delle vittime, ma in gran parte della società civile giuliana.
Negli anni successivi, e soprattutto dopoguerra, la parola “foibe” divenne il simbolo del dramma spaventoso che colpì la popolazione giuliano-dalmata e in particolare di tutte quelle persone che vennero uccise dai partigiani jugoslavi. I corpi delle vittime furono gettati non solo in queste cavità carsiche, profonde voragini tipiche del territorio giuliano , ma anche nelle fosse comuni, nei pozzi minerari, in fondo all’Adriatico, in modo da occultarne le salme, che in seguito poterono recuperare solo in misura ridotta.

Ve peraltro detto che la terminologia invalsa nel corso degli anni sia nel linguaggio comune che in quello storiografico va intesa nel suo generico significato simbolico, piuttosto che nel mero senso letterale dei vocaboli utilizzati.
Il termine “foibe” ed i neologismi “infoibati”, “infoibare” ed “infoibamenti” andrebbero perciò utilizzati avendo ben chiaro che non si riferiscono, nello specifico, alla generalità delle uccisioni perpetrate dai partigiani jugoslavi anche se, nel tempo, hanno contraddistinto l’insieme delle persone deportate ed eliminate, quasi sempre con l’occultamento del corpo delle vittime, nelle varie ondate di violenza messe in opera dagli elementi del MPL di Tito, indipendentemente dal luogo fisico preciso della loro morte.

La maggioranza di queste persone non furono in effetti “infoibati”, cioè gettate in un abisso carsico, ma vennero uccise in diversi altri modi, anche se la mancanza di informazioni sulla sorte dello scomparso fece prendere quasi sempre per la prima ipotesi. In realtà molti vennero fucilati o comunque eliminati in modo violento durante la loro deportazione dal luogo dell’arresto, altri morirono per le malattie, per gli stenti o per le esecuzioni sommarie di cui furono vittime nei lunghi periodi di detenzione nelle carceri o nei campi di concentramento situati nelle varie regioni dell’allora Jugoslavia.

Un’ulteriore precisazione andrebbe poi fatta per distinguere quelli che, effettivamente gettati in una foiba, furono poi esumati e coloro che invece scomparvero, ed il cui numero fu ben superiore, senza che vi fosse più alcun concreto riscontro sulla loro sorte.

La caratteristica comune di queste uccisioni fu comunque la totale assenza di notizie sui deportati e sulla loro fine. La scomparsa di tante persone creò terrore e sgomento anche per l’alone di mistero che circondò la loro sorte e fu proprio l’occultamento dei corpi ad impressionare non solo i familiari, ma più in generale l’intera comunità civile. Nell’immaginario collettivo si fissò soprattutto il ricordo delle persone esumate dalle voragini carsiche, che vennero a rappresentare il paradigma di un intero periodo di violenze perpetrate dai partigiani jugoslavi. Questo tipo di morte, già orribile di per sè, assunse un valore pieno di significati simbolici dato che la fantasia della gente fu fortemente colpita pure dal fatto che, con l’infoibamento, le persone uccise venivano equiparate a bestie, vista l’abitudine secolare dei contadini istriani di gettare le carogne degli animali morti dentro le cavità naturali del territorio.
Va poi chiarito un altro punto focale, con il quale ha dovuto cimentarsi ogni studioso che abbia esaminato i problemi di quantificazione delle vittime delle foibe, e cioè la differenza, oggettivamente rilevante, tra il numero degli arrestati, dei deportati e degli scomparsi. Tra Nel dopoguerra sono stati pubblicati diversi elenchi di persone deportate dagli jugoslavi e su questi elenchi si sono accese polemiche spesso molto aspre, anche a livello storiografico, che hanno messo in luce l’esistenza di filoni interpretativi molto diversificati.

Il dibattito si è incentrato soprattutto sui problemi di quantificazione delle vittime, ma le oggettive difficoltà legate all’assenza del fenomeno stesso e la mancanza di una documentazione esaustiva hanno rappresentato ostacoli non indifferenti per gli studiosi.
Una parte rilevante dei documenti esistenti negli archivi delle varie Procure e Tribunali esistenti nella Venezia Giulia andò dispersa in seguito alle vicissitudini belliche e postbelliche e, da parte jugoslava, non ci fu alcun interesse, per ovvi motivi di opportunità politica, a conservare l’eventuale documentazione degli eccidi compiuti all’epoca. Sul versante italiano vennero invece raccolte parecchie testimonianze di parenti degli scomparsi che non riuscirono però a descrivere un quadro completo dei massacri avvenuti.

In varie epoche diversi studiosi hanno cercato di costruire l’entità del fenomeno foibe nella sua globalità tramite appositi elenchi contenenti i nominativi delle persone scomparse durante le ondate di violenze del settembre 1943, dell’autunno 1944 e della primavera 1945 Attorno alle due posizioni si sono nel tempo raggruppate le diverse parti politiche e nazionali antagoniste, in un contrasto che per molti versi non è mai venuto meno e che, sebbene con toni più moderati, permane ancora oggi.
L’osservazione iniziale che si può fare è che per la prima ondata di uccisioni dell’autunno 1943, operata dai reparti partigiani di Tito dopo la dissoluzione delle Forze Armate italiane in seguito all’armistizio dell’otto settembre, fu, come numero di vittime, molto minore rispetto ai ben più consistenti massacri operati dagli jugoslavi nel maggio-giugno del 1945.

Radicalmente diversa fu invece la situazione della primavera del 1945 con l’intera Venezia Giulia (Gorizia, Trieste, Monfalcone e tutti paesi delle province”¦.) occupata dalle forze jugoslave, che lasciarono poi all’amministrazione angloamericana solo una parte ridotta del territorio regionale (Gorizia, Trieste, il Monfalconese e Pola).
Solo in queste zone i parenti degli scomparsi poterono presentare liberamente le denunce di sparizione alle competenti autorità angloamericane, mentre nella restante parte della regione Giulia soggetta ad amministrazione jugoslava divenne estremamente difficile ogni richiesta di informazione.

Per l’ondata di uccisioni dell’autunno del 1943 le stime fatte dai vari studiosi oscillano tra le 500 e le 750 vittime circa, anche in relazione all’inserimento o meno delle cifre relative alla Dalmazia. Buona parte degli autori si è infatti cimentata sullo studio delle persone uccise in Istria, mentre spesso si sono trascurati i datti relativi alla Dalmazia, data anche la diversa situazione bellica che si è registrata nelle due diverse aree.

Secondo Gaetano La Perna il numero complessivo delle persone deportate ed uccise nel settembre-ottobre 1943 assommerebbe a circa 650-750, sommando gli infoibati in senso stretto (circa 420) con gli uccisi nelle cave di bauxite, in altre fosse comuni o in mare; i nominativi accertati risultavano in tutto 363, di cui 38 appartenenti a donne e ragazzi.
Importante è peraltro ribadire che l’inclusione o meno delle persone uccise in Dalmazia fa effettivamente variare il totale complessivo delle persone scomparse in questo periodo: secondo Oddone Talpo i soli civili italiani soppressi a Spalato nel settembre 1943 ammontarono a circa cento, mentre altre cento vittime circa si contarono negli stessi giorni tra connazionali residenti nelle altre località dalmate.
Sommando quindi le persone uccise in Istria, in Dalmazia e nell’alta valle dell’Isonzo, si può raggiungere la stima di 600/700 vittime complessive dell’autunno 1953, sulle quali convergono diversi autori nelle loro pubblicazioni più recenti.

Un anno più tardi, dopo l’abbandono della Dalmazia da parte delle truppe tedesche in ritirata dall’intero teatro di operazioni balcanico, causato soprattutto dalla perdita dei pozzi petroliferi della Romania, i partigiani jugoslavi occuparono l’intera regione. Il principale eccidio ai danni di cittadini italiani si verificò a Zara, che era stata peraltro in precedenza sgomberata da buona parte dei suoi abitanti a causa dei pesantissimi bombardamenti angloamericani. Tra il 1943 ed il 1944 la città dalmata subì 54 attacchi aerei che provocarono la morte di centinaia di persone e lo sfollamento di oltre 10.000 abitanti che raggiunsero via mare soprattutto Trieste e altre località dell’Adriatico Occidentale. Appena giunti a Zara, il 31 ottobre 1944, i partigiani di Tito uccisero circa 240 persone, con 171 nominativi accertati. Alcuni vennero fucilati, altri vennero deportati e scomparvero, senza lasciare alcuna traccia.

Grazie al ADES a cura di Duilio Pacifico, giornalista.