GOVERNO FIDUCIA CAMERA su Ladysilvia; On. Romano Prodi all’Assemblea della Camera dei Deputati
Signor Presidente, onorevoli deputati, rivolgendomi poche ore fa alle senatrici e ai senatori per chiedere loro di rinnovare la fiducia al Governo, ho riconosciuto che la crisi era di natura politica. Ho aggiunto che, come Governo e come maggioranza, era nostro obbligo trarne le conseguenze. Sono stato dal Capo dello Stato. Si è svolta una procedura che tutti avete seguito con cura, che è stata guidata dal Capo dello Stato in maniera rigorosa, seria ed inflessibile. Eppure, ho sentito nel corso del dibattito l’accusa, da parte di esponenti della minoranza, di aver voluto «galleggiare», di aver voluto durare ad ogni costo.
Vedete, se avessi fatto questa scelta, avrei derubricato la crisi ad un incidente di percorso, legato al voto di due singoli senatori, ad un caso particolare. Ho invece voluto dare, con le mie dimissioni, un pieno valore politico alla crisi e, con l’accordo sui dodici punti programmatici, segnare la volontà dell’Unione di sostenere la ripresa di una forte azione di Governo.
D'altronde, la politica del Governo in questi mesi non è stata altro che questa. Ho affrontato, senza arroganza, con assoluta consapevolezza il rischio del calo di popolarità . Sapevo che un Governo che prendeva un paese come l’Italia doveva correre il rischio dell’impopolarità e che, se non avessimo adottato determinate misure, non avremmo poi potuto cominciare l’azione di risanamento.
Il fatto quasi inatteso è che i dati di questo risanamento sono più veloci, più rapidi e più forti di quello che credessi. Quindi credo che ci siano gli elementi per poter cominciare a pensare che questa seria ed onesta strategia, che nulla ha nascosto, che ha dato al paese le medicine che servivano, stia dando i frutti che noi volevamo. Vorrei, nel chiedere il vostro voto di fiducia, che ripartissimo da questo fatto e da questo impegno di verità che il Governo si è assunto, affrontando i rischi dell’impopolarità .
Capisco le paure, a volte lo sconforto ed anche la fragile esultanza di chi concepisce la politica come un fatto a breve, ma, se abbiamo una legislatura di cinque anni e se la democrazia prevede questi tempi, è proprio perché si possa permettere ad un Governo all’inizio di guarire e dare le medicine adatte, per poi avere i risultati nel resto della legislatura. Questo è il senso del discorso di oggi, ovvero trarre le conseguenze da questa crisi, analizzarne il perché, ma, soprattutto, dare al Parlamento le idee, i rimedi, la prospettiva politica di lungo periodo, affinchè questo paese esca finalmente dalla lunga crisi in cui era stato relegato per un periodo di tempo ormai troppo lungo.
Certamente - lo abbiamo già detto al Senato, ma è mio obbligo ripeterlo qui - la prima indicazione di questa crisi è che essa si inserisce nella generale difficoltà del nostro sistema economico, una generale difficoltà di governabilità , in cui non possiamo non imputare una responsabilità profonda al sistema politico. Di questo parlerò dopo, ma, fin da ora, non posso negare che l’instabilità che questa legge elettorale ha dato all’Italia è responsabile delle continue tensioni che si manifestano.
Mi concentrerò ora, prima di finire con un accenno alla legge elettorale, sul tema della politica estera che è stata la causa scatenante di questa crisi e, con molta più attenzione di quanto fatto al Senato, mi soffermerò sui problemi dell’economia, proprio perché in questi giorni si è svolto un dibattito su questi temi, sui quali anche la Camera si è soffermata a lungo, ed anche in considerazione dei nuovi dati economici che ci confortano nelle scelte prese e ci danno indicazioni sulle determinazioni da assumere in futuro.
Riguardo alla politica estera, sarò molto breve, proprio perché già al Senato è stata lungamente approfondita. Ribadisco la scelta che è stata fatta dall’Italia in ormai sei decenni di storia repubblicana, ovvero la scelta di collocarsi fra i maggiori sostenitori delle Nazioni Unite, nel centro dell’Europa politicamente unita, legata agli Stati Uniti, fedele alle alleanze che abbiamo stipulato. Questo è un patrimonio comune a tutti noi, che ha le proprie radici nell’articolo 11 della Costituzione, l’articolo della pace; esso individua, infatti, la pace come il fondamento e l’obiettivo della politica estera italiana e delle organizzazioni internazionali, prima di tutto le Nazioni Unite.
Sotto questo aspetto, il nostro sforzo prossimo sarà quello di ridare la spinta verso la costruzione della Costituzione europea. Si svolgerà , qui a Roma e poi a Berlino, la celebrazione, tra poche settimane, del cinquantesimo anniversario dei Trattati di Roma, che dobbiamo celebrare con uno sforzo verso la ripresa del cammino costituzionale. Sotto questo aspetto, deve guidarci il rapporto stretto che abbiamo con la Germania e con il presidente di turno dell’Unione europea, con cui, anche questa mattina, ho potuto scambiare una lunga telefonata proprio sui temi relativi alla ripresa degli schemi del prossimo vertice europeo. l’Italia deve tornare ad essere tra i paesi trainanti dell’Unione europea.
Richiamo anche i problemi che abbiamo trattato al Senato. Richiamo quanto abbiamo fatto per la conclusione della missione in Iraq, con il rientro ordinato e concordato delle nostre truppe, l’impegno della pace per il Libano, la lotta al terrorismo, la ferma opposizione agli estremismi iraniani, accompagnata dalla ricerca di un dialogo con Teheran perché eviti le opzioni militari, la condivisione dell’impegno internazionale in Afghanistan, accompagnata però dalla forte volontà di avere una prospettiva di pace.
Questa prospettiva si sta irrobustendo giorno per giorno. Dicevo al Senato che era partita timidamente e che, adagio adagio, sta dimostrandosi come l’unica proposta di buonsenso, l’unica proposta che abbiamo di fronte per potere, in qualche modo, congelare almeno un conflitto che ormai dura da troppi anni.
Ricordo ancora la politica riguardo all’Africa e il nostro impegno che abbiamo verso questo continente.
Vorrei aggiungere un altro punto rispetto a quelli che ho toccato al Senato ed è quello della politica nei confronti dei Balcani. Abbiamo dimenticato troppo i Balcani. Sono stati congelati in una specie di «pace non pace» per lungo tempo.
Adesso, occorre riprendere la politica, soprattutto nei confronti della Serbia, paese in profonda sofferenza, che, in qualche modo, dovrà portare a decisione il problema del Kossovo. Si sta chiudendo la missione internazionale del Presidente finlandese Ahtisaari e si sta preparando uno schema in cui i rapporti fra Belgrado e Pristina saranno completamente diversi rispetto a quelli precedenti. Dobbiamo aiutare la Serbia in questo difficile passaggio, non solo con la prospettiva di adesione all’Unione europea, ma anche con aiuti economici, in modo che questa solidarietà riporti, in maniera definitiva, la pace nei Balcani.
Naturalmente, la Serbia dovrà adempiere ai compiti che essa stessa ha assunto di cooperare con il tribunale dell’Aja, perché vi sono problemi di diritti civili, sui quali noi non possiamo transigere. Ma guai ad avere un atteggiamento di chiusura verso la Serbia in questo momento, atteggiamento che ci porterebbe ad una ripresa dei conflitti in tutta l’area dei Balcani.
Questa è la politica estera italiana: una politica forte, una politica di pace, una politica di apertura, una politica di ripresa degli aiuti al terzo mondo, sui quali non mi soffermo, perché già ne ho illustrato lungamente i dati al Senato, sebbene anche questi cambino un capitolo. Stiamo pagando riguardo all’AIDS, alla malaria, a tutti questi fondi, i debiti a cui da tre anni non si faceva fronte. Abbiamo raddoppiato il nostro impegno nel terzo mondo; chiaramente, non siamo ancora al livello che vorremmo e su ci eravamo impegnati per l’intero quinquennio, ma l’impegno che abbiamo cominciato quest'anno continuerà anche nel prossimo futuro.
Sull’economia, la discussione che si è svolta al Senato è stata fatta quando non conoscevamo ancora i dati definitivi sul 2006 che l’Istat ha pubblicato ieri. Sono dati assolutamente confortanti, soprattutto riguardo all’ultimo quadrimestre. Quindi, non sto facendo polemica nè sto manipolando alcunchè; sto esponendo semplicemente i dati dell’Istat: 1,9 per cento dello sviluppo in un anno.
Lo sviluppo è dovuto all’aumento dei consumi delle famiglie, all’aumento degli stipendi ed anche, finalmente, ad una ripresa delle esportazioni. Quindi, si tratta di una crescita bilanciata, ottenuta con il contributo di tutto il paese. Le imprese hanno ripreso fiducia e c’è un quadro diverso rispetto a quello di pochi mesi fa. Un aumento simile non si registrava da prima del 2000: come ho detto, esso è in un anno uguale, anzi un po’ maggiore di quello dei quattro anni precedenti. Non siamo ancora ai livelli di un grande slancio: dobbiamo favorire il momento per poter avere lo slancio, ma certamente siamo in una situazione completamente diversa. Questo è avvenuto nonostante le decisioni prese, gravose e difficili, riguardo al risanamento dei conti pubblici. Il risanamento dei conti pubblici è avvenuto: l’indebitamento netto, strutturale, è al di sotto del 3 per cento, è al 2,4 per cento. Naturalmente, risulta il 4,2 per cento perché si deve tenere conto di alcune voci che erano state indebitamente escluse dal bilancio pubblico. Si tratta, però, di voci straordinarie: nel lungo periodo, marciamo tranquillamente verso il risanamento della nostra finanza.
È interessante vedere come sono aumentate le entrate fiscali, senza strette fiscali, perché, al 31 dicembre, nessun provvedimento di questo tipo era ancora entrato in vigore. Abbiamo un aumento degli introiti fiscali di 35,8 miliardi. È interessante notare che: il 30 per cento di esso è dovuto all’aumento del prodotto interno lordo (quasi un terzo); il 22 per cento è dovuto ad una tantum ed a fattori eccezionali (versamenti della Banca d'Italia al Tesoro ed altri fattori di questo tipo che non torneranno più); le manovre dei Governi precedenti sono pari al 14 per cento (quindi, la finanziaria per il 2006 ha dato contributi aggiuntivi per il 14 per cento); il resto, vale a dire il 34 per cento, è proprio derivato dall’inizio di una lotta all’evasione ed all’elusione fiscale. Un terzo, quindi, dei nuovi contributi è dovuto a questo fatto e non ha alcuna altra spiegazione. Quindi, non si tratta nè di trionfalismo nè di altro: quando un Governo mette seriamente questo compito all’ordine del giorno, gli italiani cominciano a comportarsi nel modo civile in cui si devono comportare.
Evidentemente, non sappiamo ancora quanto vi sia di strutturale. Prendo soltanto come un buon augurio quanto l’agenzia Fitch notava stamani: è la prima volta che, dopo moltissimi anni, il deficit italiano è inferiore alle dichiarazioni fatte. Non era mai capitato! Almeno, una prova di serietà noi l’abbiamo data. Vedremo se tutto il quadro che ho illustrato continuerà ad operare in futuro; comunque, si tratta del quadro di un paese che inizia un cammino di serietà . È ovvio che i suddetti dati non devono farci allentare il senso del rigore, il senso della necessità di un equilibrio finanziario, il senso di una legislatura economica che dobbiamo compiere, al termine della quale dobbiamo consegnare un paese che corra veloce e che sia sano: questo era il compito che dobbiamo adempiere nel tempo che ci sta davanti.
Ovviamente, i risultati ottenuti vanno correttamente ripartiti anche a favore dei contribuenti, dei più bisognosi, delle famiglie in particolare, perché c’è anche un rapporto virtuoso, tra lo Stato ed i cittadini, che noi dobbiamo rispettare. Voglio essere ancora più chiaro: la pressione fiscale deve diminuire e diminuirà ; è un impegno del Governo. Ho detto al Senato - e lo ripeto - che stiamo elaborando nuove misure sulla casa e sulla politica sociale. Tuttavia, lo faremo sempre nel rispetto degli obiettivi dell’equilibrio e del risanamento dell’economia.
LA REDAZIONE
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