IL GIORNO PIÙ LUNGO, NON SOLO PER LA FAME

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GUINEA-BISSAU, "Sarà una notte lunga, non so quanto riusciremo a dormire oggi. La vicenda non si è ancora conclusa, i militari insorti stanno dando la caccia agli alti ufficiali dello Stato maggiore che sono riusciti a scappare.

La gente oggi nonostante un po’ di incertezza ha vissuto la sua vita quotidiana, ma stanotte le macchine dei militari che sfrecciano per le strade del centro ricordano a tutti che la partita è ancora aperta": così una fonte della MISNA a Bissau racconta il clima che si respira nella capitale della Guinea Bissau, al termine di una giornata forse più confusa che tesa, ma che comunque è cominciata molto presto all’alba. Erano circa le 03:00 di mercoledì mattina quando un gruppo di soldati ha preso d'assalto il quartier generale dello Stato maggiore delle forze armate guineane, nel centro della città . Per una ventina di minuti un'intensa sparatoria ha squarciato il silenzio della notte. "Siamo stati svegliati dai rumori delle armi da fuoco" racconta un missionario contattato in città .

"La mattina, poi, - continua - uscendo per strada abbiamo visto gruppi di uomini armati presidiare i punti principali della città , con posti di blocco dove venivano controllate tutte le macchine con targa del governo. Abbiamo rivisto le scene dei tanti colpi di Stato del passato”. Ma nonostante le apparenze questa volta Bissau non sembra essere coinvolta in un golpe, ma in una sorta di regolamento di conti tutto interno al mondo militare. Dietro l’ammutinamento di 650 soldati, un intero battaglione, si troverebbe una storia di corruzione che coinvolge i massimi livelli dello Stato maggiore, colpevole di aver privato i militari guineani inviati in missione di pace nella vicina Liberia di mesi di stipendio.

"Ai politici chiediamo di non mettersi in mezzo, sono problemi interni ai militari e quindi lasciateci risolvere le cose da soli. Non vi immischiate" con queste parole, riportate alla MISNA da una fonte governativa, i soldati ammutinati hanno subito fatto capire di cosa si trattasse ai politici che stamani si erano raccolti allo stato maggiore per capire cosa stesse accadendo. Secondo la ricostruzione effettuata dalla MISNA sulla base delle informazioni raccolte, tutti i 650 soldati stavano aspettando da mesi la consegna di un assegno di 800 euro: "una bella cifra in un Paese dove chi lavora guadagna circa mezzo euro al giorno e dove l’80% della popolazione è disoccupato" spiega un operatore umanitario.

"Ascoltando alla radio la registrazione di un intervento fatto dal primo ministro guineano all’inaugurazione di una scuola in una sperduta provincia del Paese, i militari martedì scorso sono venuti a sapere che le Nazioni Unite avevano già versato al governo i soldi necessari a pagare gli stipendi e che questo denaro era già stato consegnato alle forze armate" racconta una fonte della MISNA. Tanto è bastato perché esplodesse la rabbia dei militari. La protesta degli ammutinati, iniziata con lo scontro a fuoco nelle stanze dello Stato maggiore, è proseguita poi in altre zone della città .

"I soldati sono entrati anche all’ambasciata portoghese (ex potenza coloniale, ndr) perché avendo ricevuto addestramento militare da Lisbona pensavano che anche gli europei fossero coinvolti in questa storia. Accertatisi che i portoghesi non c'entravano niente si sono recati negli uffici del personale delle Nazioni Unite, dove gli è stato detto che l’Onu aveva già inviato il denaro e che l’ultima parte degli stipendi sarebbe stata pagata nel mese di ottobre. A questo punto i soldati hanno preso alcuni funzionari dell’Onu e li hanno portati allo Stato maggiore delle forze armate per metterli a confronto con gli alti ufficiali presenti" racconta ancora l’intervistato.

Cosa sia successo dopo non è chiaro. Poco prima di mezzogiorno, all’interno dei locali dello Stato maggiore è iniziata una riunione tra i rappresentanti dei soldati ammutinati, il ministro degli esteri guineano, Soares Sambu, e il rappresentante delle Nazioni Unite a Bissau, il mozambicano Joao Bernardo Honwana. Dopo una pausa di alcune ore, l’incontro è ripreso in serata. Intanto da Lisbona, il ministro degli esteri portoghese, annunciava che nella sparatoria avvenuta all’alba di mercoledì nel centro della città è rimasto ucciso anche il capo di Stato maggiore :Verissimo Seabra Correia, il volto del colpo di Stato incruento con cui lo scorso anno venne rimosso il presidente Kumba Ialà , rimpiazzato successivamente da una giunta e poi da un governo scaturito da elezioni. Con la morte di Verissimo, salirebbe quindi a due il numero delle vittime della protesta, considerando anche l’altro alto ufficiale che fonti concordanti della MISNA hanno dato per deceduto: il colonnello Domingo de Barros, stretto collaboratore del capo di Stato di maggiore.

Gli altri generali dei vertici delle Forze armate si sarebbero dati alla fuga cercando riparo da alcune delle molte mogli che hanno in città . Una fonte della MISNA a Bissau sottolinea come la protesta, iniziata con i 650 soldati della missione di pace in Liberia, abbia nelle ore successive coinvolto anche altri rappresentanti delle forze di sicurezza e dell’ordine. "Ho visto con i miei occhi i poliziotti del ministero degli interni unirsi ai soldati ammutinati.

Circola voce che anche loro non ricevessero lo stipendio da almeno 11 mesi" spiega un religioso portoghese a Bissau. "La fame qui è un disastro - prosegue con tono grave il missionario - da una decina di anni è entrato nel linguaggio criollo l’espressione 'un tiro': vuol dire un pasto. l’unico che i guineani si possono permettere. La quasi totalità della gente, infatti, mangia una sola volta al giorno verso le 15:00 del pomeriggio. Un pasto povero fatto di riso e pesce consumato sempre uguale a se stesso tutti i giorni dell’anno".

L’ex colonia portoghese - 36 mila chilometri quadrati, un milione duecentomila abitanti, trenta dialetti locali, e due lingue nazionali, una ufficiosa, il guineese-criolo, l’altra ufficiale, il portoghese " ha vissuto nel 1998 un feroce conflitto interno che ha aggravato ancora di più la situazione del Paese, facendolo precipitare tra i più poveri del pianeta. Lo scorso maggio un nuovo governo si è insediato nel Paese col compito di proseguire il cammino verso la normalizzazione delle istituzioni, dopo il golpe incruento del 14 settembre scorso, fino ad arrivare alle elezioni già fissate per il marzo 2005. Il piccolo Paese dell’Africa occidentale è uno dei più poveri del mondo, con un prodotto interno lordo pro-capite di 700 dollari nel 2002. "Come si fa a parlare di stabilità di un Paese quando ci si trova in un contesto come quello della Guinea Bissau?" si chiede il religioso.
di Massimo Zaurrini [MZ]

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