“Un nuovo terremoto giudiziario per la Sicilia", così gli ambienti della Procura di Palermo commentano la decisione del capomafia di Caccamo, Nino Giuffrè, di collaborare con la giustizia. Indicato come il numero due di Cosa Nostra, il nuovo 'pentito' ha rilasciato le sue dichiarazioni, in segreto e con il massimo riserbo, ai magistrati della Dda di Palermo che le hanno anche inserite nei provvedimenti di custodia cautelare emessi nei confronti di 14 presunti mafiosi, eseguito questa mattina dai carabinieri. Giuffrè fu arrestato il 16 aprile scorso in un casolare di campagna, dopo otto anni di latitanza, in seguito ad una soffiata ricevuta dai Carabinieri.
Forse è stato proprio questo tradimento a farlo decidere per il pentimento: avrebbe cominciato la sua collaborazione a giugno, dopo poco più di un mese di carcere, ricostruendo lo scenario delle cosche mafiose siciliane e facendo nomi e indicato favoreggiatori di boss e gregari. Il suo carattere forte, lo sguardo truce e penetrante, capace di assassinare a sangue freddo chiunque gli poteva intralciare la strada "degli affari", lo hanno reso all’esterno un uomo duro, che avrebbe saputo sopportare il carcere. Nessuno, infatti, avrebbe mai pensato ad una sua collaborazione con i magistrati. Nelle sue rivelazioni ci sarebbero anche i retroscena dei legami mafiosi con ambienti imprenditoriali e politici.
Condannato con pena definitiva a 13 anni e due mesi di carcere (pena unificata a seguito di cumulo di diverse sentenze con le quali è stato condannato per associazione mafiosa), Manuzza " questo il soprannome del pentito- fino al suo arresto era destinatario di 13 provvedimenti cautelari, fra i quali anche quello per la morte dei magistrati Falcone e Borsellino.
Gli ergastoli ai quali è stato condannato non sono ancora definitivi. Giuffrè è uno dei pochi componenti della commissione di Cosa nostra che poteva incontrare Bernardo Provenzano, con il quale avevano anche una fitta corrispondenza di bigliettini per scambiarsi pareri e disposizioni in merito a 'provvedimenti' da adottare per portare avanti gli affari delle cosche e la la spartizione dei lavori pubblici. E proprio con Provenzano Giuffrè aveva concordato La sentenza l’omicidio dell’ex presidente dellaCommissione parlamentare antimafia, il diessino Giuseppe Lumia.
Sarebbe dovuto avvenire vicino alle elezioni politiche: "Lumia era un martello pneumatico sempre contro di noi. E per questo andava ucciso. Tutto era pronto ”€œha riferito Giufrè ai giudici-, ma poi con Provenzano abbiamo cercato di valutare il danno che avrebbe portato questo omicidio e ci siamo fermati".
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