GAROFANO, IL RIS E QUELLE DOMANDE CHE IL GIORNALISMO NON PUÒ PIÙ ELUDERE.

GAROFANO, IL RIS E QUELLE DOMANDE CHE IL GIORNALISMO NON PUÒ PIÙ ELUDERE.

Garlasco riapre una questione più grande del singolo caso: quando la scienza investigativa sbaglia, chi controlla chi ha controllato?

E soprattutto: perché certe anomalie emergono soltanto dopo quasi vent'anni?
C'è un momento, nelle grandi vicende giudiziarie, nel quale il giornalismo dovrebbe smettere di limitarsi a raccontare il personaggio e cominciare a fare le domande.
Garlasco potrebbe essere arrivato esattamente a quel momento.
Per anni Luciano Garofano è stato raccontato come uno dei volti più autorevoli dell'investigazione scientifica italiana.
Una carriera costruita intorno ai RIS, ai casi più importanti della cronaca nera, alla televisione, alle consulenze e alla divulgazione della scienza forense.
Oggi, però, il problema non è stabilire se Garofano sia un "mostro sacro" oppure un cattivo investigatore.
Il problema è molto più serio, capire se nel sistema investigativo di allora siano state commesse omissioni, errori o sottovalutazioni che meritavano di essere approfondite molto prima.
E questa domanda non riguarda soltanto Garofano.
Riguarda il RIS.
Riguarda chi coordinava le indagini.
Riguarda le consulenze.
Riguarda i magistrati.
E riguarda, inevitabilmente, anche il giornalismo che per anni ha raccontato quelle indagini come se la parola "scientifico" fosse automaticamente sinonimo di "infallibile".
IL CASO DEI PEDALI È DI UNA SEMPLICITÀ DISARMANTE.
Nel 2007 sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi viene individuato un profilo genetico attribuito a Chiara Poggi.
Poi arrivano ulteriori analisi che non replicano quel risultato.
Secondo quanto riferito negli interrogatori recentemente emersi, l'allora capitano Alberto Marino ha dichiarato di presumere di avere informato Garofano dei risultati negativi.
Lo stesso Garofano ha invece detto di non avere un ricordo preciso di quegli esiti.
E qui c'è una domanda che non dovrebbe appartenere né alla difesa né all'accusa.
Dovrebbe appartenere al giornalismo.
Come è possibile che una questione scientificamente così importante possa essere rimasta per quasi vent'anni in una zona grigia della documentazione processuale?
La Procura di Pavia sta esaminando proprio questo punto.
ANSA ha riportato che, secondo il procuratore, dei due tracciati negativi del 20 settembre 2007 non sarebbe stata rinvenuta traccia negli atti del procedimento celebrato contro Stasi; Garofano, al contrario, richiama un verbale del 24 settembre nel quale sostiene che i risultati allora disponibili furono messi a disposizione dei consulenti delle parti.
Due ricostruzioni.
Un documento.
Una domanda enorme.
E la domanda è: che cosa è realmente accaduto?
E POI SPUNTA UN ALTRO DNA.
Come se non bastasse, il 7 ottobre è emerso un ulteriore elemento: secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, un campione analizzato il 26 settembre 2007 sui pedali avrebbe evidenziato DNA maschile, ma il dato non risulterebbe nelle relazioni tecniche o nei verbali consultati dai consulenti della Procura. La stessa ricostruzione riferisce anche di un esito negativo dell'Obti test che non risulterebbe ufficialmente eseguito secondo la documentazione allora disponibile.
A questo punto il problema non può più essere liquidato con il solito: "Sono soltanto dettagli tecnici..."
No.
Sono dettagli tecnici che possono avere un peso enorme quando diventano parte di una ricostruzione giudiziaria.
Qualcuno muore in carcere…
E se quei dati esistevano, bisogna capire chi li conosceva, chi li ha valutati, chi li ha trasmessi e perché alcuni di essi non siano comparsi negli atti processuali.
Non significa automaticamente parlare di depistaggio.
Non significa automaticamente parlare di manipolazione.
Significa “pretendere di sapere”.
Ed è precisamente questo il compito di una stampa seria.
IL PROBLEMA È ANCHE UN ALTRO: LA MEMORIA!!!
Garofano oggi dice di non ricordare con precisione alcuni risultati.
È perfettamente possibile che, dopo diciannove anni e migliaia di documenti, una persona non ricordi ogni singolo dato.
Ma proprio per questo la giustizia non può basarsi sulla memoria dei protagonisti.
Deve basarsi sulle carte.
Sui tracciati.
Sui verbali.
Sui reperti.
Sulle date.
Sulle comunicazioni.
Sui dati grezzi.
Perché la memoria può essere fallibile.
Un documento, invece, dovrebbe permettere di ricostruire ciò che è accaduto.
Ed è proprio quando la documentazione presenta buchi, contraddizioni o elementi che emergono dopo anni che il giornalismo dovrebbe accendere i riflettori, non spegnerli.
E QUI ARRIVA LA DOMANDA PIÙ SCOMODA.
Perché per quasi vent'anni nessuno ha fatto alcune di queste domande con la stessa intensità con cui vengono fatte oggi?
Questa è forse la questione più imbarazzante.
Perché il giornalismo giudiziario dovrebbe avere una funzione precisa: controllare il potere investigativo esattamente come controlla ogni altro potere.
Non esistono intoccabili.
Non esistono uniformi che rendano infallibili.
Non esistono gradi militari che trasformino automaticamente un'analisi in una verità.
E soprattutto non dovrebbe esistere una sorta di reverenza mediatica verso chi viene considerato "l'esperto".
Un esperto può sbagliare.
Un laboratorio può sbagliare.
Un investigatore può sbagliare.
Un magistrato può sbagliare.
E anche un giornalista può sbagliare.
La differenza sta nel fatto che un sistema serio deve avere gli strumenti per accorgersene e correggersi.
Tutti questi sbagli… ma, chi paga?
GAROFANO NON È IL PROCESSO.
C'è però un'altra cosa che il giornalismo dovrebbe evitare.
Trasformare ogni anomalia in una condanna personale.
Ad oggi Garofano respinge categoricamente le ipotesi di manipolazione, depistaggio o accantonamento di atti e difende l'operato dei propri collaboratori.
E questa posizione va raccontata.
Così come vanno raccontati gli elementi che sollevano dubbi.
Perché fare giornalismo non significa scegliere preventivamente il colpevole della storia.
Significa mettere sul tavolo ciò che è documentato e lasciare che siano gli elementi a parlare.
Ma proprio per questo non è accettabile neppure l'atteggiamento opposto: archiviare ogni interrogativo con il semplice argomento dell'autorevolezza.
LA VERA DOMANDA NON È "GAROFANO È COLPEVOLE?".
La domanda è molto più seria.
Il sistema investigativo del 2007 ha funzionato come avrebbe dovuto?
I reperti furono analizzati integralmente?
Tutti i risultati furono documentati?
Tutti i risultati furono comunicati?
Le controanalisi furono adeguatamente considerate?
I dati grezzi furono conservati e messi a disposizione delle parti?
Le anomalie furono spiegate?
E soprattutto: se oggi emergono elementi che allora non furono adeguatamente valorizzati, perché nessuno li ha messi in discussione prima?
Queste non sono domande "garofano-centriche".
Sono domande sul funzionamento della giustizia che non funziona, è ovvio.
E IL GIORNALISMO DOV'ERA?
Eh sì, perché si rivendica tanto il ruolo ma poi, oltre la chiacchiera da salotto la sostanza dov’è?
Questa è la parte più scomoda.
Perché il problema non è soltanto ciò che potrebbe essere successo nei laboratori.
È anche ciò che è successo fuori dai laboratori.
Per anni abbiamo assistito alla trasformazione dell'investigazione scientifica in spettacolo televisivo: luminol, DNA, impronte, microscopi, esperti, ricostruzioni, termini tecnici e volti diventati celebrità.
Ma la scienza forense non è televisione.
Una traccia biologica non è una sceneggiatura.
Un laboratorio non è uno studio televisivo.
Un risultato non è una sentenza.
Un esperto non è un oracolo.
E quando emergono contraddizioni, il giornalista non deve proteggere il mito dell'esperto.
Deve proteggere il diritto del pubblico a conoscere la verità documentale.
PERCHÉ IL DUBBIO, QUANDO È DOCUMENTATO, NON È UN'AGGRESSIONE.
Il dubbio non significa accusare.
Il dubbio significa chiedere.
E oggi le domande sono tante.
Troppe per essere liquidate come una semplice polemica mediatica.
La Procura sta verificando fatti e documenti. Gli ex componenti del RIS stanno fornendo le loro ricostruzioni.
Garofano difende il lavoro svolto.
Altri protagonisti ricordano diversamente alcuni passaggi.
Adesso servono i documenti.
Non i santini.
Non gli slogan.
Non le tifoserie.
Non il personaggio televisivo.
Non il "fidatevi di me".
Servono i verbali del 2007.
Servono i dati grezzi.
Servono le comunicazioni.
Servono le date.
Servono le relazioni.
Servono le responsabilità di ciascuno.
E soprattutto serve un giornalismo disposto a fare una cosa apparentemente semplice, ma oggi diventata rarissima: fare la domanda che qualcuno avrebbe dovuto fare vent'anni fa.
Perché se un errore c'è stato, va individuato.
Se non c'è stato, va dimostrato.
Se una procedura era corretta, va spiegata.
Se un dato era noto, bisogna sapere a chi.
Se un dato non era noto, bisogna sapere perché.
E se qualcuno ha sbagliato, non deve essere protetto dal proprio prestigio.
Perché nella giustizia non dovrebbe esistere una categoria di persone troppo autorevoli per essere controllate.
Nemmeno quando portano una divisa.
Nemmeno quando hanno un grado.
Nemmeno quando hanno una carriera prestigiosa.
Nemmeno quando per anni sono stati considerati il volto della scienza investigativa italiana.
E soprattutto: nemmeno quando il giornalismo ha contribuito a costruirne il mito…
Che poi certi giornalisti li ammazzano oppure li isolano, beh, questa è tutta un'altra storia italica . . .
by Fidias1970