I bevitori ,a volte,sono degustatori avventati.
A cominciare dal sottoscritto. Non perché in me non vi siano passione e potenzialità, ma perché è difficilissimo evadere dalle prigioni della soggettività. Padroneggiare quest’arte è la chiave del successo sul versante edonistico della vita .
Quindi è inutile temporeggiare: bisogna imparare.
Il segreto della degustazione di un vino sta nel saper coglierne i sensi. Potreste essere le macchine del gusto migliori al mondo, ma se non sapete interpretare la segnaletica delle emozioni, vi troverete a vagare in una terra desolata di aridi tecnicismi finché non crollerete esausti e soprattutto inappagati.
Dovete vederla così:nel bere un vino occorre ripetersi“...Nonostante sappia ogni cosa,eccoti un regalino tutto speciale per farti capire che tutto può essere messo in discussione...“. Il guaio è che si pensa di possedere naturalmente questo approccio e si crede alle infinite potenzialità del fai-da te. Occorre perciò farsi due conti. Senza cultura vinicola (che è un eterno work in progress)non si va da nessuna parte. Non ci si può permettere il lusso di snobbare i principi base di una corretta degustazione se non li si possiede formalmente e profondamente. La scienza è consapevolezza. Si riconosce quel che si conosce e che si è appreso. E soprattutto,come un inviperito produttore ebbe a dirmi una volta intercettando un mio giudizio,ci vorrebbero almeno venti anni in vigna e in cantina per poter proferire parola. Senza giungere a questi estremismi,si può convenire che il dilettantismo non porta da nessuna parte se non ad una deriva autarchica ed autoreferenziale. E nell’ignoranza si è come canne sbattute dal vento.
Mi permetto perciò di regalarmi dei consigli.
Innanzitutto studiare e bere,bere e studiare .Un momento senza l’altro è qualcosa di incompiuto. E poi alcune dritte per non smarrire la significanza del giudizio.
1)Nel bere non vorrò mai costringermi a pensare ad altro che non sia il mondo racchiuso nel cerchio del bicchiere. Se per fortuna mi ci trovo già, cercare di non deragliare con considerazioni sulla congruità di certe imperfezioni dovute a pratiche enologiche singolari e vinificazioni alternative,né soggiacere al blasone del produttore:i difetti sono difetti,le disarmonie dono disarmonie. Si potrà disquisire sulla diversa percezione della “quantità“ di una qualità o di un eccesso dovuta a naturali personalismi ma non divergere significativamente sulla sua esistenza . Una eventuale deriva spiritual-filosofica del vinificatore riguarda soprattutto Lui,la sua poetica e la sua visione del mondo e non l’efficacia delle nostre papille gustative. Che ci sentono benissimo finchè non le streghiamo . A quel punto andrebbe riconosciuta,quale giudice super partes, la supremazia della sensazione sulla dittatura della fede.
2) Dire NO alla siccità.
Una lingua asciutta è sinonimo d’infelicità. Se la volta palatale assurge ad arido cespuglio, è meglio tornare alle carezze di un vino morbido e suadente. Vade retro famigerato super-tannino! Sull’altare della struttura e della longevità si sono perpetrati innumerevoli delitti sensoriali .A volte i naturali fluidi salivari rimangono intrappolati nelle spire delle idrovore polifenoliche,e in quei casi non c’è stimolazione che possa far fluire il nettare. Ogni piacevolezza si ammutolisce.
3) Prepararsi alla Missione subliminale.
Quando la degustazione ha scollinato la fase gusto-olfattiva è tempo d’involarsi. Togliere il freno a mano del giudizio e non toccarlo più,abbandonandosi al solo ritmo del piacere(se c’è).Iniziare a sentire la pienezza del liquido,ma non lasciare che rubi la scena. E’ il momento di quella che amo definire la “fase evocativa“ . Qui hanno valenza i saperi sulle tecniche,la Storia,il Blasone. Qui ogni particolarità,ogni memoria,ogni curiosità funge da moltiplicatore di sensazioni già orientate verso l’estasi. Non prima. Non quando i sensi dovevano discernere bene e male. L’errore dei più è di lasciarsi andare a prescindere,di favoleggiare di mondi inesistenti:il piacere che ne scaturisce risulta vuoto e vano,e nell’intimo ognuno se ne accorge.
Quando si è deciso che è il momento giusto, vanno impiegati alcuni secondi per concentrarsi su quella strana ed esaltante avventura che è l’elucubrazione mentale. E soprattutto non vanno temute le briglie sciolte di baudelairiana memoria.
Concludendo,non è più tempo di ammucchiare tutto nel proprio sacco esistenziale,disordinatamente,e sperare in una deflagrazione percettiva capace di generare la verità dei sensi. Come in un ipotetico enorme cruciverba,dopo aver scritto numerosissime definizioni periferiche,è il momento di tentare le definizioni più importanti e risolutive. Questo significa sostanzialmente definire una rotta gustativa ,“nostra“ e anche universale,nell’imperante babele sensoriale.
ROSARIO TISO
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