Elogio dell’equilibrio

Parlando del frutto della vite,urgono alcune considerazioni sull’equilibrio.In un vino sono importanti la sua consistenza ed il suo portato in estratti, la franchezza e la nettezza delle sue propaggini gusto-olfattive, una sufficiente integrità ossidativa.
Ma nulla,proprio nulla,è importante quanto il suo equilibrio(inteso come bilanciamento delle sue durezze e delle sue morbidezze sfocianti in una sensazione di superiore armonia...).
Con un’accostamento eccessivo,l’equilibrio di un vino è paragonabile alla definizione...di paolina memoria...di “carità“ nella fede cristiana:
tutto copre,tutto comprende.
Al punto che in una degustazione un campione meno dotato ma più equilibrato può risultare nettamente più piacevole (non va mai dimenticato che il piacere è il fine ultimo di ogni esplorazione,la sostanza di ogni emozione...)di un campione più performante in alcune sue caratteristiche organolettiche ma sgraziato nell’intreccio delle sensazioni gusto-aromatiche sprigionantesi dal bicchiere.
Parimenti il grande bevitore si qualifica per l’equilibrio del suo gusto e dei suoi giudizi.
Il grande bevitore non è un fanatico di nessuna delle qualità del vino presa a sé stante.
Può avere delle predilezioni,delle inclinazioni ma mai delle chiusure pregiudiziali.Soprattutto nei confronti delle novità.La novità è la linfa vivificatrice del mondo:mai negargli una possibilità.
Non se ne può più,tanto per fare un esempio,della contrapposizione di chi apprezza il vino da agricoltura biodinamica e di chi lo disprezza perché ritenuto pieno di difetti.
Una volta per tutte:la pulizia in un vino non è un valore assoluto.Un vino può essere pulito e nel contempo banale.Ma non è il solo abbaglio.Anche la ricchezza estrattiva può essere un finto valore.L’interventismo in vigna e cantina sottrae spirito innocente al prodotto finale che può risultare bello e senz’anima.E che dire poi dell’inossidabile mito dell’invecchiamento?C’è chi beve solo “vecchio“ e solo nell’ossido si crògiola.
Ma ci vuole tanto a capire che l’alcol etilico presto o tardi diventa acido acetico?
Le note eteree fanno tanto “complessità“ e possono risultare entusiasticamente appaganti,ma il pericolo di mancare l’apogèo espressivo di un nettare cresce ad ogni occasione mancata per berlo.Anche per simili dilemmi è una questione di equilibrio.
Non si aspettano vini a cui il loro “demiurgo“ non ha chiesto di durare.Solo lui conosce di che pasta è fatta la sua creatura.
Non si aspettano vini solo per il gusto di sfidare il tempo.E’ come abortire un’amplesso incipiente pensando ad un godimento maggiore e poi ritrovarsene uno qualsiasi impigliato nei sensi che nessuno saprà valutare se non in forza della sua supponenza.
Non si aspettano vini solo perché da sempre si dice che il vino vecchio è più buono.E’ un’offesa all’individualità del vino che è sempre un “unicum“ ed ogni campione ha la sua storia e la sua evoluzione.
Non si aspettano vini perché ci si è abituati a certe atmosfere da “rigattieri“ del gusto e non si è in grado di sottrarsi alla propria deriva sensoriale.
Tutto è piacevole,tutto è intrigante per chi è libero fruitore della bevanda degli Dei.
L’equilibrio del gusto rende il bevitore un pò qualunquista e parecchio equidistante da tutte le mode.Lo rende “onnivoro“ e quasi privo di discernimento.Ma quando può sembrargli di aver smarrito il “senno“ organolettico,l’equilibrio gli reca la vera “onniscienza“.Che ti fa apprezzare il vecchio e il nuovo,il bianco e il rosso,il mosso e il fermo.Provare per credere.
La strada è lunga e lastricata di bevute.Essenziale non pontificare.Mai.Piuttosto mettersi in gioco,provare,sperimentare,discutere,studiare,cimentarsi su ogni sentiero,utilizzare ogni singola papilla gustativa al meglio.
E per concludere,la frase rivelatrice che ti rivolge il bevitore non equilibrato:“Ma come fai a bere ancora quel vino?“

ROSARIO TISO*I contenuti dell’opera non possono essere riprodotti senza l’autorizzazione dell’autore.