Graticciaia

Quando ci si imbatte in un autentico “vigneron“...visionario,ispirato...
o in un vino “vero“,prodotto della tecnica e della creatività di uomini appassionati e della fecondità della terra,
non ci si chieda il perché di tale sogno,di cotanta realizzazione.
Qualunque narrazione a riguardo,estorta o elargita con cortesia,sarebbe un esercizio di brevità,un compendio di idee e di sentimenti,inadatto a descrivere un cammino di cui....forse...nemmeno il facitore di quel “nettare“ è del tutto consapevole.

Sarebbe deludente ricercare tracce di suggestioni faticosamente descritte,orme di passi divenuti simboli della memoria
e non itinerario riproducibile attraverso un deserto esperienziale in cui il degustatore dovrà aprire una sua rotta
...personale...in un certo senso archetipica...
che non coinciderà con quella altrettanto unica e imperscrutabile indotta dal primigenio vagheggiamento enoico.
Stavolta siamo famiglie di “bevitori randagi“ ad intraprendere in solido quel “viaggio“ che si diparte dal consueto atto dell’innalzare il calice e si concretizza nel percorrere il reticolo di sentieri sensoriali dispiegato immancabilmente da una degustazione.

C’è Angelo Perilli e Valentina Chiango,Rosario Tiso e Gabriella Severino, Michele Tiso e Maria Mitola,e...non beventi...Virginia e Giuseppe.

Dalla cantina personale di Angelo provengono le bottiglie.
Il luogo,quello solito d’elezione:il wine-bar Cairoli di Foggia.
Il “viaggio“ si snoda sui crinali dell’emozione e comincia nella suggestiva “Cote des Blancs“,la parte più meridionale della Champagne.
Siamo nel regno dei “recoltant-manipulant“(la vera spina dorsale del mito dello Champagne...),del vitigno “chardonnay“,dell’agricoltura biologica.

Qui,dalle vigne situate nel comune di Vertus,Doquet-Jeanmaire produce uno champagne rosè di grande leggiadrìa,dove l’aromaticità dello “chardonnay“ si sposa con il nerbo del “pinot noir“.L’armonia si realizza su toni lievi e minuziosamente fruttati e la pungenza dell’anidride carbonica quasi non s’avverte,tanto è morbido e carezzevole l’insieme.
Ben altra concentrazione,eleganza,complessità esprime il secondo champagne di giornata:Pascal Doquet 2000.
L’incipit olfattivo è floreale e fruttato.
Il lungo affinamento sui lieviti ha prodotto altresì note più marcate di crosta di pane e diffusi sentori terziari,innervati di un’acidità fresca e stimolante.
Stupendo con delle orecchiette con purea di rape,prepara il passaggio alle “carni“ con l’inevitabile apertura dei “rossi“.
E’ il momento del “Saffredi“ 2000 della Fattoria Le Pupille.
Dal vigneto “Saffredi“situato nei pressi del borgo medievale di Pereta,nel grossetano,deve il suo nome al mèntore di Elisabetta Geppetti,Fredi.
E’ ottenuto da un uvaggio di Cabernet Sauvignon,Merlot e l’esotico Alicante.
Cosa aspettarsi da un vino che da molti anni è considerato uno dei più importanti nel panorama enologico nazionale?
Che si dimostri all’altezza della sua fama.
Solo una sbavatura iniziale dovuta alla naturale ossidazione e poi è un vino di gran razza,di corpo,succoso,pronto,appagante.
La soddisfazione fra i commensali a questo punto serpeggia palpabile.
Sarebbe potuta bastare.
Ma,come di rado avviene,
da millenari arcani,
andava predisponendosi l’evento più atteso nella vita di ogni degustatore di razza:l’incontro con il “fuoriclasse“ enoico.
Stavolta ha un solo nome in due annate:Graticciaia 1994 e Graticciaia 1995.
E’ la creatura...
il sogno e la sfida....
concepita da Severino Garofano,enologo fino al 2007 delle Agricole Vallone.
E come ogni creatura sana e forte,non smette di crescere,gli sopravvive,si avventura nell’interpretazione di altre mani,di altra sensibilità:quella di Graziana Grassini.
Qualcuno ha voluto definire il Graticciaia una sorta di “Amarone“ e questo qualificativo ha finito per svuotare di significato l’essenza del vino,dispersa nell’alveo del più celebrato “campione“ veneto.
Si ignora che è un vino del sud più autentico e del più tipico dei vitigni:il Negramaro.
E’ un vino salentino,dove la terra depone in mare le sue ultime propaggini,ed è figlio diretto di una usanza antica,
dell’epoca in cui i contadini solevano seccare i fichi e mettevano dell’uva sulle stesse grate a perdere gran parte della loro acqua.
Una volta avvizzite,se ne ricavava un “nettare“ quintessenziale.
Oggi si raccolgono con scrupolosità i grappoli migliori e si sottopongono a rigorosa selezione.Vengono poi stesi su graticci al sole rovente di Puglia per trenta giorni.
Il risultato finale è un ammasso di essenze zuccherine che promettono strutture mastodontiche per un vino dove le avanguardie olfattive non possono che essere svariati frutti rossi in confettura e il gusto risultare pieno,compatto,con tannini perfettamente arrotondati da un simile portato glicerinoso.
L’uso sapiente e cauto del legno ne fa un prodotto non fumoso e lievemente speziato.
L’eleganza è un ricamo prezioso.
I campioni in oggetto,più il 1994 del 1995,risultano caldi,avvolgenti,vividi nei colori,vellutati,dalle spiccate note balsamiche.E se nel 1994 prevalgono il cacao e la cannella,nel vino del 1995 i frutti rossi sono ancora carnosi ai sensi,pur confusi nella coltre quasi insondabile degli estratti.
Il Graticciaia è un inno alla solarità e alla sapienza antica.
Fuori dal comune.
Non è un vino da cercare ma da incontrare.
E mai più da dimenticare.


ROSARIO TISO
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