Un’altra serata dedicata all’Abruzzo gastronomico,un’altra occasione per bere “nettari“ eccelsi.
Lardo pancettato a liquefarsi su bruschette bollenti come abbrivio.
Crostini di “novellame“ di pesce...il caviale del sud...al peperoncino.
Caciocavallo garganico “dolce“ dalla livrea scura e podolico “sfogliato“ piccante a far da contorno.
100 “arrosticini“ ad interpretare il ruolo di protagonisti assoluti.
Gli “arrosticini“,spiedini di carne di pecora tagliata a tocchetti tipici di una cucina povera e tradizionale,vengono prodotti a livello più o meno artigianale in tutte le province della regione abruzzese.
Dove e come sono nati non ci è dato saperlo(le origini sono avvolte nel mistero...) ma la loro praticità di preparazione ne fa un piatto di diffusione pressochè ubiquitaria.
Nella loro semplicità si annida la bontà più profonda specie se si ha l’accortezza di consumarli freschissimi,reperiti direttamente alla fonte produttiva.
Portati da un corriere occasionale,li attendeva una brace sfrigolante nella caratteristica “fornacella“.
Ma lo spunto dell’ennesima riunione a “Casa Marino“ è scaturito da un’iniziativa che riveste un grande valore culturale,sociale e filosofico:l’adozione di una pecora.
Per gli autentici amanti del mito è forte la suggestione esercitata dall’epopea della transumanza,l’attività che più di ogni altra ha legato...di un legame di sangue e sudore...le terre e le genti di Capitanata agli Abruzzi,sul filo dell’incessante andirivieni di oceaniche mandrie di bestiame di vario genere che,al manifestarsi dei primi rigori invernali,sciamavano dalle montagne lungo i trattuti(autentiche autostrade rurali...)verso i vasti e verdi pascoli della sconfinata pianura del Tavoliere delle Puglie.
Conservare la pratica di un allevamento rispettoso di modalità e ritmi biologici è lo spirito dell’iniziativa “Adotta una pecora“.Sostenere quanti continuano a condurre animali allo stato “brado“,a brucare l’erba,liberi,in una simbiosi col creato irrealizzabile nel chiuso di una stalla,è il nostro intento.
Adottare una pecora assicura una fornitura di prodotti genuini,scevri da qualsiasi contaminazione.
Con il consueto entusiasmo,abbiamo deciso d’imbarcarci in quest’impresa,pregustando i formaggi,le carni,i salumi,le ricotte,le lane che ne deriveranno.
E soprattutto il tornaconto morale,la sensazione di adottare più che una pecora la natura,il suo diritto a dipanare “naturalmente“ i suoi corsi,a sprigionare senza interferenze le sue dinamiche,ad essere quel che l’eterno fattore determinò nella notte dei tempi.
Il capitolo vini merita una trattazione indipendente.Non c’è un’idea guida nella bevuta di questa serata ma un qualsiasi accostamento,anche il più ardito,fra bottiglie comunque eccellenti,ha sempre dimostrato di avere una sua intrinseca validità in forza del denominatore comune costituito dalla qualità.
Così convivono un “feinherb“ della Mosella 2008,un Pouilly-fuissè 2007,un Torrione 2007,un San Clemente riserva 2006 ed un Muffato della Sala 2006 senza un’apparente contiguità gustativa.
L’halbtrocken di Willi Schaefer accende la beva.
Con i riesling tedeschi si rischia di cadere nella routine descrittiva.Raro trovare vini che non siano di pulizia e nitore esemplari,che non esprimano acidità e mineralità da manuale,che non brillino per saporosità e succulenza.E tutto questo ai livelli più bassi e a prezzi abbordabili.
Il Pouilly-Fuissè di Thomas Barton sorprende,ma solo a livello olfattivo.Gli Chardonnay della Borgogna non sono mai banali.Anche qui,come per il nettare teutonico,si constata un’arte enologica virtuosa che rende il prodotto finale didattica espressione del territorio.
Si cercava istintivamente la mineralità ed eccola risplendere,sia pure in una declinazione un pò generica,nel cuore pulsante del bouquet e del sapore, come un diffuso sentore di pietra focaia.Acidità e sapidità,composte in una discreta armonia,fanno da sponda ad una ricca salivazione che spegne progressivamente ogni persistenza.
Col Torrione 2007 la Fattoria Petrolo,ricordata per il fuoriclasse “Galatrona“,realizza un sangiovese di grande tipicità.Refoli chiantigiani spirano fra le pieghe del suo ingente frutto e come se non bastasse la freschezza e la finezza dei toni,il passaggio in legno regala spunti di mirabile suadenza terziaria.
Il San Clemente riserva 2006 di Zaccagnini ci riporta all’alveo abruzzese.Vino importante sotto tutti i profili:tannini dolci,alcol poderoso,concerto di fiori e frutta rossa secchi e in confettura dal riverbero gustativo interminabile.
La conclusione ci riserva l’estasi.
Il Muffato della Sala 2006,dalla tinta limpida e dorata,è un ricamo di richiami analogici fruttati e floreali resi nobili dalla botrite.Una carezza mielosa accompagna ogni sorso che la sapidità del campione rende agile e scorrevole,pur mastodontico e pastoso.
Un estremo sussulto sensoriale vergato con il pennino dorato del piacere.
ROSARIO TISO
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