Nostalgia

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Si fa presto a dire futuro.
In un batter d’occhio è già presente e quel che ci appare come una distesa di neve dal bianco immacolato, presto si popola delle nostre orme e rapida si sporca di ricordi, scivolando inesorabilmente nel passato.
Si fa presto a dire futuro.
Ma se si vuol capire quel che ci accade, assaporarlo e persino contemplarlo, ci si affretta a riannodare i fili della memoria per tessere una tela che gli rassomigli un pò, che lo riproduca, che, come una mappa del tesoro, indichi la rotta.
Si fa presto a dire futuro.
Ma nel futuro non giungiamo mai, ancorati come siamo alle nostre stente vite e impotenti di fronte all’incedere del tempo. Perchè il tempo è l’unica dimensione che ci sfugge e che ci ha sconfitti e di fronte alla quale conviene deporre le armi e lasciare che regni.
Si è sempre in posizione subalterna.
Come di chi può essere schiacciato al minimo frusciar di fronde.
Camminando su e giù per i consueti sentieri dell’esistenza, cresce il bisogno di esprimersi.
Troppe cose si perdono, perché persi nel dolore!
E’ necessario ripescare fatti, cose, persone, sentimenti che la corrente della vita porterebbe via. E non c’è esca più formidabile del ricordo per far riaffiorare visi, parole dal gorgo dell’oblio.
Ma i ricordi non sono schegge inconsapevoli del passato, frammenti casuali di uno sgretolamento antico.
Si costruiscono...i ricordi.
Con l’intensità del vivere e del sentire.
Quotidianamente.
Non c’è vivente più calato nell’attimo presente di colui che vanta un robusto patrimonio di rimembranze ed è incline a riesumarlo. Segno che quel che ha vissuto lo ha “eviscerato“ sul posto, come il cacciatore fa con la grossa preda appena abbattuta, e ne ha tratto fuori il cuore. Lui sì che potrà condurre una narrazione a tinte vivide, calde di qualsivoglia avvenimento. Non certo chi vola di fiore in fiore senza impollinarne alcuno attratto solo da sedicenti cambiamenti e dalla velocità, consapevole che il tempo di cui disponiamo è quello che sentiamo di avere e non la sua misura oggettiva.
Come per lo spazio, comanda la nostra dimensione mentale.
Più ci ripieghiamo su noi stessi, più i nostri orizzonti si restringono. Con il declino dei sogni e delle speranze, da fiere aquile in volo ci si trasforma in maiali grufolanti.
I sogni e le speranze di un “vecchio“ pensatore non si risolvono nello scimmiottamento vano di uno stile di vita conformistico ma consistono nell’ebbrezza di chiamare le cose finalmente con il proprio nome, in un “adamitico“ e creativo “rinominarle“, e di provare...nella loro veste inedita...a combinarle in una nuova armonia.
Per ognuno c’è ancora tanto da fare.
Ma la paura ci vuole tutti fermi.
La paura è quella di sempre.
Paura di esistere, di non farcela, di passare inutilmente sulla scena della vita.
Quando si è giovani si ha tutto il diritto e quasi il dovere di sdrucire con uso e abuso qualsiasi idealità e di provare a procedere in ogni direzione.
Da adulti la “sedicente“ conseguita maturità ci suggerisce ed impone di toglierci finalmente la maschera e di guardare in faccia i vuoti, le nevrosi, i nodi irrisolti che ci tengono legati.
Non è più il tempo di giocare con luci ed ombre.
L’orologio biologico è impietoso nel suo incedere instancabile ed eterno.
Prima che il destino riduca il nostro cuore in polvere e cenere, c’è da giocare l’ultima partita, la più ardua: spogliarsi della corazza intellettuale che ci racchiude per accedere ad un livello di comprensione più alta, in una dimensione dove si intersecano percorsi estatici più esoterici, attingendo ai saperi di ogni tempo e luogo senza innalzare steccati ideologici.
E’ la catarsi finale, necessaria per offrirsi al mondo in una nudità istintuale e primigenia che si è evoluta nella fragranza di un profumo unico, suadente, quintessenziale che proviene dai più profondi recessi del proprio corpo e della propria anima.
ROSARIO TISO
*I contenuti dell’opera non possono essere riprodotti senza l’autorizzazione dell’autore.
**Tratto dal libro “Nostalgia“ di Tiso Rosario pubblicato su www.lulu.com