"Le popolazioni dei Paesi asiatici devastati dallo tsunami potranno trarre profitto dagli aiuti che riceveranno a condizione che la ricostruzione sia davvero ben pianificata, ma il problema è che in generale è la logica dei donatori a dominare questi processi": lo dice alla MISNA Gianni Rufini, esperto di aiuti umanitari internazionali e presidente di Fields, rete europea di formazione del settore, con sede a Roma.
"La logica dei donatori " continua Rufini" è quella dei risultati politici, delle esigenze del mercato globale e degli equilibri strategici ". Per quanto riguarda le somme promesse dalla comunità internazionale, Rufini" docente presso le università di Roma (La Sapienza), Parigi (La Sorbona) e Inghilterrra (York)" si dice convinto che " in realtà verrà versato un quarto, un sesto o addirittura un decimo del previsto. Allo stesso tempo, però, si tratta di un’occasione di investimento di nuovi fondi e quindi di uno stimolo alla crescita.
L’importante sarà pianificare per poter ricostruire in modo migliore". Per Rufini, "ricostruire in modo migliore" significa garantire ai più povere, che hanno perso tutto nel maremoto, uno stile di vita più sano di prima, infrastrutture meno vulnerabili, abitazioni più solide, in zone più sicure, e strade transitabili. Ieri mattina il responsabile finanziario della Banca asiatica per lo sviluppo, Ifzal Ali, ha dichiarato che la povertà è la conseguenza più importante del recente disastro naturale e che circa due milioni di persone rischiano di diventare del tutto indigenti, la metà delle quali in Indonesia. Dopo la decisione dei 19 Paesi del Club di Parigi di una moratoria per le nazioni investite dallo tsunami, Rufini dice: "È il minimo che il Club di Parigi poteva fare, ma non è sufficiente. È una misura che offre soltanto un beneficio superficiale e momentaneo ma non risolve affatto l’enorme perdita di risorse subita. Servirebbe invece l’annullamento puro e semplice del debito, come già hanno sottolineato molti osservatori". Per quanto riguarda le ripercussioni dello tsunami sull’opinione pubblica e sul mondo dei media, Rufini sostiene che "a oltre due settimane dal disastro, i giornali non gli dedicano più le prime pagine e l’interesse comincia poco a poco a scemare.
Positivo è che oggi il grande pubblico conosce Aceh, provincia settentrionale dell’Indonesia nell’isola di Sumatra, vicina all’epicentro del sisma, e sa che lì è in corso una guerra tra Giakarta e i ribelli del Gam, Movimento per Aceh libera; così come sa che nel nord e nell’est dello Sri Lanka c’è la guerriglia delle ’Tigri per la liberazione della patria tamil’. Se in passato difficilmente i giornali davano spazio a notizie provenienti da questi Paesi, in futuro sarà più facile per le organizzazioni non governative mantenere un certo grado di sensibilità , che favorirà la raccolta dei fondi". (a cura di Vèronique Viriglio) [LM]
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