Ancora una giornata molto positiva per l’ euro, che ha oltrepassato quota 0,98 dollari, con un massimo a 98,11 cents che è anche il livello più alto da 28 mesi a questa parte, esattamente dalla fine di febbraio del 2000. A questo punto, gli analisti scommettono sul raggiungimento della parità entro poche settimane, e c’è anche chi pronostica che l’ euro arrivi nel giro di tre mesi addirittura a 1,05 dollari. Sono livelli impensabili fino a poco tempo fa, sopratutto se si tiene conto che quest' anno la valuta unica ha toccato un minimo sul dollaro a quota 85,65 cents. Rispetto a quest' ultima quotazione, sulla base del massimo odierno si è avuta di conseguenza una rivalutazione della valuta europea su quella statunitense di ben il 14,5%. Se questa è la situazione, occorre però andare al di là delle cifre e soffermarsi su alcuni aspetti collegati alla straordinaria 'performancè dell’ euro. Innanzitutto, il forte rialzo delle quotazioni non appare ascrivibile più di tanto ai 'fondamentalì di Eurolandia, e neppure al fatto che il livello dei tassi europei è superiore rispetto a quello degli Usa e di conseguenza, almeno teoricamente, in grado di attrarre capitali nell’ area dell’ euro.
Al contrario, il recupero è da ricondurre alla crisi di sfiducia attraversata in generale dai mercati statunitensi, con Wall Street che accusa continue perdite, ma anche con il comparto del reddito fisso che non sembra più in grado di stimolare i flussi di capitale in entrata negli Usa. Questo stato di cose si sintetizza in un solo dato: attualmente, sulla base dell’ andamento della bilancia commerciale di aprile (deficit salito a 35,9 mld di dollari) si deduce che quotidianamente escono dagli States più di un miliardo di dollari al giorno, che finiscono all’ estero. Questo si ripercuote sulla quotazione del biglietto verde, che è appunto in continuo ribasso; non solo, peraltro, nei confronti dell’ euro, ma anche sulla sterlina, sul franco svizzero e sullo yen in particolare. Insomma, è un fuggi-fuggi generalizzato dall’ area del dollaro, a prescindere dall’ eventuale 'appeal’ maggiore che possano avere (o non avere) altre economie rispetto a quella Usa. Nei prossimi giorni, a questo riguardo, si avranno ulteriori 'lumì sulla situazione congiunturale americana e di conseguenza sulle prospettive dei mercati oltreoceano.
A cominciare da domani, quando verrà reso noto l’ andamento della fiducia dei consumatori a giugno, prevista in calo a quota 106,0. Se questa stima si rivelerà esatta, è probabile che Wall Street vada ancora più giù e l’ euro ne tragga ulteriore beneficio. Ma questo scenario vede la valuta unica protagonista solo di riflesso, perché primattori continuano ad essere gli Usa, sia pure in negativo. La seconda domanda da porsi è 'cui prodest', cioè chi si avvantaggia del rialzo dell’ euro. Sulla carta, una moneta forte rappresenta un beneficio per l’ area macroeconomica di riferimento, in questo caso Eurolandia. Ma nello specifico, la situazione è più complicata, perché sono proprio le aziende europee ad essere penalizzate da un rafforzamento della 'lorò valuta, in quanto destinate ad esportare di meno. Il tutto in mancanza di un' adeguata e contemporanea rivitalizzazione della domanda interna, che nell’ Eurozona è stabile, se non rigida, per cui non appare in grado di compensare gli svantaggi che derivano in questo caso da un cambio forte.
A guadagnare da una valuta europea più forte è in conclusione solo l’ andamento dei prezzi al consumo, con l’ inflazione destinata ad essere ancora più sotto controllo. Ma si tratta tutto sommato, nel contesto attuale, di una piccola consolazione, in quanto il livello dei prezzi al consumo è già abbastanza basso, anche a causa del rallentamento congiunturale. A conti fatti, quindi, paradossalmente nella situazione attuale un euro forte può rappresentare un pericolo, non solo per gli Usa, ma anche per l’ Europa e quindi per la congiuntura mondiale nel suo complesso. Diverso sarebbe stato se la rivalutazione della valuta unica, rispetto ai livelli in effetti troppo bassi toccati negli anni successivi alla sua nascita, avesse coinciso con un' economia europea forte, strutturalmente competitiva con quella americana. Ma questa prospettiva appare tuttora lontana dal materializzarsi, e nel frattempo i mercati ne prendono atto, punendo le borse del vecchio Continente in misura uguale, se non maggiore, di quanto non succeda a Wall Street. Una vera e propria incongruenza, quest' ultima, in quanto ad una moneta solida solitamente si affianca anche un mercato borsistico altrettanto forte, com'è successo storicamente nel caso degli Stati Uniti, ma invece non avviene affatto nell’ Eurozona adesso.
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